Pubblicato da: carlociufelli | febbraio 23, 2012

“Anche di sanità si muore” di E.Puglielli

Un contributo di Edoardo Puglielli

“Anche di sanità si muore”

Gli ultimi casi finiti sotto i riflettori delle cronache hanno fatto scandalo. Ma quello della sanità italiana è un problema ben più grave di quanto l’indignazione temporanea riesca a cogliere o percepire. I mali della sanità sono molto più profondi di quanto appare in TV. Mali tutti evitabili, ovviamente, perché nel bel paese la gente muore per mancanza di investimenti nella prevenzione o perché la medicina del territorio, purtroppo, resta solo una bella espressione su un pezzo di carta. La situazione rischia di diventare insostenibile: carenza cronica di personale, soppressione e/o accorpamenti di reparti, carenza di posti letto, attese nei pronto soccorso anche di 12 ore, pazienti (anche gravi) parcheggiati nei corridoi, difficoltà a essere trasferiti in un vero posto letto se si rende necessario il ricovero; tutto ciò non è l’eccezione ma sembra diventare la regola in un paese dove i piccoli ospedali vengono chiusi e la salute appare sempre più come un lusso tale da non poter essere alla portata delle tasche di tutti noi.

Negli ultimi dieci anni, riforme e leggi sulla sanità hanno portato principalmente tagli di posti e piani di rientro, rendendo spesso inefficace la medicina del territorio, che dovrebbe invece funzionare da collegamento tra ospedale e cittadino, assicurando cure e assistenza per le 24 ore soprattutto a chi soffre di patologie non acute.

Dal 2000 al 2009 sono stati tagliati 45.000 posti letto, il 15,1% del totale. Si è passati dal rapporto di 5,1 posti letto ogni mille abitanti di 12 anni fa al 4,2. Un dato che pone l’Italia sotto la media europea, che è di 5,5 per mille. I tagli maggiori si sono avuti in Sardegna (-22,6%), Friuli Venezia Giulia (-21%), Puglia (-20,2%) e Lazio (-18,8%). Quelli più modesti in Campania e Abruzzo (che però, come quasi tutto il Sud, partivano da una realtà ospedaliera già sottodimensionata rispetto al centro-nord), mentre le uniche regioni che hanno evitato i tagli sono Molise e Valle d’Aosta, che hanno visto addirittura un incremento di circa il 9% dei posti letto ospedalieri.

A risentire maggiormente dei tagli è stato il settore pubblico, dove in media, a livello nazionale, il ridimensionamento è stato del 17,2%, più di tre volte di quanto tagliato nel privato (qui le riduzioni hanno riguardato solo il 5,3% dei letti delle case di cura private accreditate). Tuttavia, analizzando il solo dato del privato per singola regione, si scopre che appena otto regioni (Calabria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Sardegna, Toscana, Veneto) hanno ridotto i posti letto, mentre tutte le altre realtà locali hanno incrementato il ricorso al privato accreditato con picchi di oltre il 50% in Abruzzo, Basilicata, Molise, Liguria. Numeri che hanno fatto spostare di ben due punti la bilancia del rapporto tra posti letto pubblici (dall’82,8% del 2000 al 80,8% del 2009) e posti letto nel privato accreditato (dal 17,2% del 2000 al 19,2% del 2009), a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Tutto ciò mentre nei piccoli centri quotidianamente scompaiono i servizi e nelle grandi città come Roma, Napoli o Torino la rete ospedaliera è vicina al collasso.

Edoardo Puglielli

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Responses

  1. Caro Edoardo, come al solito, condivido la tua analisi sulle vicende del sistema sanitario del nostro paese. Il discorso sulla sanità sarebbe lungo e va in ogni caso inserito nella scelta perniciosa di una sfrenata logica liberista, alternativa al sistema solidaristico. Scelta che ha accomunato governi di centro destra e centro sinistra.
    L’attacco al sistema pubblico sta portando allo smantellamento di tutti i beni comuni (scuola, sanità, giustizia, sistema pensionistico, cultura ecc). Al grido di privato è bello si sta privando l’Italia (me non siamo purtroppo gli unici in Europa…) del suo stato sociale, imperfetto si, migliorabile, meglio organizzato in termini di efficienza, ma sicuramente ai primi posti per l’efficacia.
    La preoccupazione dei “governanti” negli ultimi anni è stata quella di “tagliare”. Purtroppo a fronte di tanti sprechi, di tanti doppioni imposti dal sistema clientelare, si è preferito il taglio indiscriminato dei servizi. Chi sono i più colpiti? I più deboli, gli anziani, gli inabili.
    Manca ogni capacità programmatoria che garantisca equità nell’accesso ai servizi sanitari indispensabili. E mentre chiudono nei fatti interi Ospedali a prescindere dai fabbisogni, non si eliminano gli sprechi “dovuti” al sistema clientelare (ad esempio si lasciano in Abruzzo 4 UO di neurochirurgia!) O si mantengono nello stesso presidio ospedaliero doppioni inutili.
    La battaglia delle forze progressiste sarà dura e non breve, dopo anni di anestesia. Ma non bisogna arrendersi!


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