La scuola ai tempi del tecnico Profumo
di Edoardo Puglielli
Le recenti esternazioni del neo-ministro dell’istruzione Profumo sulla necessità di rinnovare il corpo docente delle scuole di ogni ordine e grado attraverso un nuovo concorso per reclutare forze giovani fanno ridere. Ma fanno anche piangere. Piangono gli oltre duecentomila precari della scuola, molti dei quali sono giovani che stanno invecchiando in anni ed anni di supplenze. E con essi piangono migliaia di docenti di ruolo, che con la recente manovra Monti si son visti spostare di anni la pensione (e quindi la possibilità di un turn-over), e milioni di studenti, la cui distanza anagrafica con i docenti è sempre più – dal punto di vista educativo – scandalosa. Sembrerebbe che l’ex-rettore del politecnico di Torino non conosca affatto la realtà della scuola. E invece, proprio perché la conosce bene, fa di tutto, come i suoi predecessori, per scatenare una conflittualità tra “giovani” e “vecchi”, precari e non-precari, allo scopo di continuare ad immiserire e aziendalizzare la scuola e l’istruzione. Come si faccia a salvare le pensioni future dei giovani, creare occupazione e crescita, tenendo al lavoro coatto migliaia di pensionandi e nella precarietà a vita i giovani (fino a farli diventare vecchi nelle Graduatorie ad Esaurimento, GaE), è tutto da spiegare: ma comunque tutto torna.
Il caso della scuola è emblematico. Nel comparto scuola, sono stati tagliati in tre anni 143.000 posti di lavoro mediante l’aumento degli allievi per classe, l’abolizione delle compresenze nella scuola primaria, la riduzione di ore e di materie nella secondaria, la riduzione del sostegno ai disabili. Altri posti di lavoro saranno tagliati nei prossimi anni, quando la “riforma Gelmini” andrà a regime con l’esaurimento i vecchi ordinamenti. Nonostante il più grande licenziamento in massa che l’Italia repubblicana ricordi (mai avvenuto in alcun comparto della Pubblica Amministrazione, ma neppure in altri settori del privato) quest’anno scolastico 2011/12 non sarebbe neanche potuto partire se non fossero stati stipulati centoventimila contratti a tempo determinato (chi dice ancora che i posti non ci sono?); senza contare almeno altri 60.000 contratti a tempo determinato per il personale ATA e altre decine di migliaia di supplenti temporanei per sostituzione del personale assente.
È evidente che il fenomeno del precariato nella scuola non dipende dalle difficoltà nel reclutamento, né da concorsi non più banditi da anni o dalla mancanza di docenti abilitati e formati appositamente per l’insegnamento. Il fenomeno della precarietà è strettamente connesso ad una logica dello sfruttamento del lavoro. Di cos’altro si dovrebbe parlare, infatti, quando per espletare lo stesso lavoro, all’Amministrazione costa mediamente 8/9 mila € in meno stipulare anno per anno contratti a tempo determinato al posto di assunzioni stabili? Tra mesi estivi non pagati e scatti di anzianità non corrisposti lo stipendio annuale di un precario della scuola è sotto il livello di povertà. Le stesse ultime assunzioni del 1 settembre 2011 hanno rappresentato una goccia nel mare della precarietà ed hanno introdotto un contratto separato per i nuovi assunti, che prevede il congelamento dell’anzianità per 9 anni: il che significa che per i prossimi 9 anni costoro saranno ancora pagati da precari.
Invece di esordire con la battuta sui concorsi per far largo ai giovani – e con l’altra sulla necessità di lavorare per dare autostima agli insegnanti – il tecnico Profumo avrebbe potuto ripristinare l’automatica immissione in ruolo sui posti vacanti ad ogni inizio d’anno scolastico. Almeno i posti di organico di diritto (già sottostimati rispetto ai posti di organico di fatto, effettivamente necessari per il normale funzionamento scolastico), che in questi anni via via si sono liberati per effetto dei pensionamenti, si sarebbero potuti coprire da personale stabile. E invece il neoministro continua con la stessa logica di chi l’ha preceduto a divertirsi scatenando la conflittualità tra “vecchi” e “giovani”, tra i precari delle GAE e i futuri precari che dovrebbero uscire dai nuovi percorsi abilitanti (ripristinando un nuovo doppio canale).
In realtà, il disegno finale di questi processi di ristrutturazione della scuola è l’aziendalizzazione, obbiettivo che si raggiungerà con l’assunzione diretta da parte dei dirigenti scolastici. È perciò lecito supporre che i prossimi concorsi possano avvenire scuola per scuola, o reti di scuole, per mascherare una vera e propria assunzione diretta. Ed è una delle ipotesi, forse la più credibile, perché sorretta da importanti lobbies, non solo dalla Associazione nazionale presidi (ANP). Con tutto quello che potrà significare non solo in termini di assunzione comprate o nepotistiche, ma soprattutto di scuole che poi si connoteranno come scuole di diversa tendenza – forgiate ad immagine e somiglianza dei dirigenti – non più scuole dove il pluralismo, il confronto e la cooperazione saranno alla base dell’attività didattica, ma scuole-azienda private. Del resto, in tutte le aziende che si rispettino, è il padrone ad assumere i propri dipendenti.
Rovesciamo il punto di vista
Il problema è da ribaltare: invece di continuare a dividersi (tra garantiti e non, precari e futuri precari) si tratta di cominciare a ragionare su come ricostruire rapporti di forza favorevoli, su come riattivare una conflittualità nella scuola allo scopo di conquistare un servizio scolastico decente. Il problema, ad esempio, è rappresentato dai posti per docenti e ATA, che dovrebbero essere coperti da assunzioni stabili (almeno quelli di organico di diritto potrebbero essere coperti subito e interamente, non su una percentuale che anno per anno il Ministero dell’Economia autorizza). Il precariato esiste perché l’Amministrazione in questo modo abbassa il costo del lavoro. Se ci fosse la parità di trattamento tra personale a tempo indeterminato e determinato, se i precari godessero ad esempio della progressione di carriera con gli scatti di anzianità, all’Amministrazione non converrebbe più tenere un così alto numero di precari. Nella stessa direzione muove il blocco dell’anzianità per il personale stabile, attraverso cui è evidente che si tende a pagare anche quelli di ruolo da precari livellando così i salari verso il basso. Un altro problema è quello delle classi pollaio: si riuscirà ad imporre classi con un numero massimo di 20 allievi? Non sono solo questioni di sicurezza ma di qualità dell’insegnamento/apprendimento e quindi anche di posti di lavoro, soppressi con i tagli. O ancora: sulla lotta alla selezione e alla dispersione scolastica, si riuscirà a stravolgere i criteri di definizione degli organici di diritto e di fatto, imponendo un organico di istituto che sia sufficiente ed adeguato ad una buona didattica, che tenga conto del recupero degli allievi in difficoltà, che non siano quegli inutili corsi di recupero dei debiti?
È questa una lotta che dovrebbe avere una dimensione sociale. Con studenti, genitori e con tutti coloro che intendono la scuola un bene-comune bisogna ben definire che scuola vogliamo e, dunque, che paese vogliamo. Questo è un discorso centrale. Cogliere la valenza della scuola bene-comune significa costruire un fronte ricomposto di lotta che travalichi gli stessi lavoratori della scuola (maestri, prof. e ATA) precari o stabili (tartassati su stipendi, pensioni, qualità del lavoro e bastonati sulla dignità). La vittoria referendaria sull’acqua bene-comune, ad esempio, non ha certo visto all’avanguardia i lavoratori degli acquedotti: ha visto migliaia e migliaia di soggetti sociali attivi e poi milioni di aderenti all’idea di tenere l’acqua e i servizi sociali fuori dal mercato.
Lo stesso va fatto sulla scuola e sull’istruzione: sull’idea della scuola bene-comune bisogna centrare l’iniziativa, e non solo a partire dai lavoratori della scuola. Solo così si può anche ragionare sul ripristino dei posti, degli organici, delle risorse sottratte alla scuola e all’istruzione, imponendo una inversione di tendenza sulla percentuale di spesa rispetto al PIL per l’istruzione, la cultura e la ricerca. Dire “ritiro dei tagli” non significa nulla se non diciamo per chi e per che cosa vogliamo sviluppare la ricerca, l’istruzione e la scuola, se non diciamo che scuola vogliamo: se vogliamo la scuola dell’inclusione e della cooperazione o se vogliamo la scuola della selezione sociale e della competizione; se vogliamo la scuola delle conoscenze e delle capacità critiche o la scuola delle competenze da acquisire con la didattica dei quiz, competenze da spendere poi in un mercato del lavoro, basato, proprio come per i quiz, sull’assenza di riflessione e di ragionamento, sulla capacità di svendersi, sulla precarietà a vita e sulla ricattabilità. Centrare l’iniziativa sull’idea della scuola bene-comune è un passaggio inevitabile, tanto più oggi, quando è sempre più evidente che uscire da una crisi globale (che è insieme finanziaria, economica, sociale, politica ed ecologica) significa provare ad imporre con la mobilitazione e la capacità di lotta un diverso modello di sviluppo basato proprio sulla conoscenza.
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